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Giornata della memoria

by cristina fioroni

Pages 2 and 3 of 40

Giornata della Memoria 2022
classe 3F
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Herta Zippel
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Mi chiamavo Herta Zippel. Nacqui il 2 marzo del 1912 a Torino. La mia famiglia era ricca, i miei genitori Amelia Levin e mio padre Giacomo Zippel erano di origini ebraica. Mia mamma morì prima che iniziasse la guerra, mentre io mi sposai con Isaac Milgrom, di un anno più piccolo di me, e con cui ebbi due bellissimi figli, Rea Jeannette e Carmi. Mi ricordo bene di come vivevamo prima: eravamo una famiglia benestante e felice, i nostri figli erano sani e io e mio marito eravamo innamorati l’una dell’altro. Lui veniva dalla Polonia, poi per motivi vari ci trasferimmo in Palestina dove nacquero i nostri figli. Quando ritornammo in Italia e ci trasferimmo a Milano, vivevamo una vita agiata, giocavamo spesso a tennis tutti insieme, andavamo a teatro e al cinema e facevamo spesso vacanze in diverse località. Dal 1938 non potemmo fare più niente, i nostri figli non poterono nemmeno andare a scuola. Era iniziata la nostra tortura. Quando iniziarono i rastrellamenti cercammo di fuggire dall’Italia in Svizzera. Per non venire catturati assoldammo una guida per portarci dall’altra parte del confine.
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Nei nostri bagagli avevo messo dentro tutto quello che ci poteva servire: gioielli, vestiti e tutte le cose di valore che potevano entrare in uno spazio così piccolo. Tutta una vita rinchiusa in pochi centimetri. Eravamo lenti, cercavamo di stare dietro alla guida, lei era veloce e con il passo lungo mentre noi arrancavamo a fatica, soprattutto mio padre che era molto anziano. Era maggio e fuori faceva caldo, ma io avevo i brividi, brividi di paura. E poi l’ultimo giorno di quel mese fummo catturati: qualcuno ci denunciò e distrusse una famiglia per pochi soldi. Era il 1944. Prima ci portarono a Varese, in prigione come dei malviventi, ci tolsero tutto, i vestiti, i gioielli e tutti i beni essenziali. Un giorno ci fecero salire su dei camion e ci portarono a San Vittore a Milano, era inizio giugno. Ci tennero lì per ben tre mesi. E come tutti gli altri venimmo prelevati dalle S.S. che ci portarono sotto la stazione di Milano Centrale, nel binario 21. L’avevo preso molte volte il treno, ma in superficie, e questo era per animali: ammassati e senza niente su cui sedersi, con un secchio per i bisogni e un po’ di paglia per terra, ma l’importante era stare insieme. Molti stavano male, vidi tanti bambini e anziani morire per la disidratazione. Questo ci rendeva molto spaventati e ci stringevamo gli uni con gli altri, sussurrando parole dolci ai nostri bambini che speravamo di essere rassicurati da noi, ma non era così. Anche mio padre subì la sorte di molte persone, nella mia mente rimarrà per sempre il suo viso stanco, la sua pelle fredda e le lacrime ormai secche sulle sue guance pallide e il modo violento con cui sollevarono il suo esile corpo e lo lanciarono via. Non potei fare niente. Per loro eravamo solo rifiuti. Questo viaggio interminabile però finì. Sembrava strano che fossero passati solo quattro giorni, era solo il 6 di agosto. Arrivammo in un posto freddo con uno strano odore nell’aria.
Alcuni edifici avevano un'alta ciminiera che faceva uscire un fumo acre e maleodorante. Ci urlarono in tedesco di dividerci. Donne e bambine da un lato e uomini e bambini dall’altro. Non rividi mai più mio marito e mio figlio. Mi strapparono anche da mia figlia, la mandarono verso quell’edificio che emanava quel fumo.
Mi visitarono come si fa con gli animali, rasarono i miei lunghi capelli neri a zero e mi tatuarono un numero sul braccio. Non mi chiamavo più Herta Zippel. Lavorai per un anno senza quasi mangiare, lavoro inutile e faticoso. Ci davano solo acqua sporca e pane secco. Capì alla fine che mia figlia e mio figlio erano stati uccisi. Me lo dissero gli altri prigionieri senza mezzi termini. Di loro rimasero solo il paio di scarpette bianche e gli occhiali tondi. Dopo un anno mi portarono nello stesso posto di mia figlia. Un anno fatto di morte e lavoro e freddo, tanto freddo. Mi spogliai ben consapevole del mio destino. Morì con una pioggia di sassolini in testa, soffocando e non riuscendo a controllare il mio corpo, sopra ad altre persone e le mie ceneri furono sparse vicino ad Auschwitz, dove il lavoro rendeva liberi.
Agnese Brambilla Pisoni
Ettore Ovazza
Sono Ettore Ovazza, non mi è mai piaciuto questo nome; vengo da una famiglia di banchieri e sono stato uno dei più grandi rappresentanti di questo mestiere in Piemonte nei primi anni del 1900. Mi ricordo ancora quando scoppiò la Grande Guerra, che, con il senno di poi, non mi sembra nemmeno più così grande; mi arruolai volontario con grande gioia e appena tornai aderii al Fascismo italiano, indossai la camicia nera e, il 27 Ottobre del 1922, partecipai alla marcia su Roma. Nel ‘29 riuscii ad incontrare Benito Mussolini e lo adorai, fondai addirittura una rivista: La nostra bandiera, che intendeva portare verso il Fascismo gli Ebrei Italiani. Comprai una macchina ma non ero mai stato bravo, infatti poco dopo feci un grave incidente, che quasi mi costò la vita, da quel momento non guidai mai più. Nel ‘38 fui costretto a vendere a poco la banca di famiglia a causa delle leggi antiebraiche introdotte dal regime Fascista, mi sentii come tradito dalle mie stesse idee, io, che da sempre ho supportato ed esaltato il progetto fascista, ora mi ritrovo schiacciato ed oppresso da quello stesso; dovetti anche abbandonare la mia rivista.
Vissi per degli anni come un animale, senza poter entrare in molti negozi e senza poter usufruire della maggioranza dei servizi fino a quando, il 9 ottobre del 1943, venni arrestato insieme a tutta la mia famiglia mentre cercavamo di scappare verso Montreux, in una Svizzera neutrale e sicura. Ci portarono nel sotterraneo della scuola comunale di Intra, in Corso Cairoli 88; era buio e avevamo tutti paura: non ci davano quasi da mangiare e una volta al giorno passava una guardia che svuotava il secchio igienico. Passammo pochi giorni in quella situazione; poi l’11 Ottobre arrivarono i soldati del primo battaglione SS: secondo Reggimento Divisione Corazzata Leibstandarte di Adolf Hitler, dissero che arrivavano da Verona e che erano venuti per uccidere tutti gli Ebrei imprigionati nella zona di Verbania. Noi eravamo terrorizzati, temevo soprattutto per la mia consorte Nella e per i miei figli: Elena e Riccardo. Potete solo immaginare cosa provassimo: in poco tempo la nostra famiglia è passata da essere un benestante nucleo familiare, con il capo famiglia banchiere e scrittore e la madre casalinga, ad essere un mucchio di sporca immondizia in una stanza buia e vuota. In quel sotterraneo della scuola eravamo in 4: io, Nella, Riccardo ed Elena, ci fucilarono tutti in quella che passò alla storia come la “Strage del Lago Maggiore”. 

Questa strage è stato un eccidio di ebrei svolto dal 13 settembre al 10 ottobre 1943, vennero uccisi 57 ebrei, e molti vennero buttati nel lago a marcire. La strage si svolse in sette località: Baveno, Arona, Meina, Stresa, Orta, Mergozzo, Novara, Pian Nava e Intra, allora tutte in provincia di Novara. Mussolini mandò sul posto circa 25 uomini appartenenti al primo battaglione SS, due soldati furono uccisi dai Partigiani verbanesi, quelli rimasti passarono quasi un mese sul lago, fecero irruzione in alberghi; famoso l’episodio dell’Hotel Meina. Qualcuno aveva consegnato ai Nazisti una lista degli ebrei in quell’albergo, i militari entrarono e imprigionarono 16 Ebrei, provenienti da varie famiglie; nel giro di 3 giorni vennero uccisi tutti, compreso il barista che era un ebreo greco. il 23 Settembre i cadaveri riemersero dal lago e vennero poi ritrovati in una spiaggia balneabile vicino Meina. Si è trattato della prima vera strage di Ebrei in Italia, seconda solo alla strage delle Fosse Ardeatine per numero di morti.
Filippo Brignone
Alba Sofia Ravenna
Alba Sofia Ravenna, questo è il mio nome. Oggi, caro lettore, ti parlerò di me.
Sono nata il 26 agosto del 1891 a Ferrara; mia mamma, Eugenia Pardo, mi ha sempre detto che da piccola ero molto gentile e solare, legata a tutti e socievole: amavo giocare con le mie sorelle Bianca, Lina e Margherita e cercavo sempre di stare anche con mio fratello Gino e mio padre Tullio, eravamo una famiglia meravigliosa, ai miei occhi perfetta.
Ho sempre amato i bambini, infatti un sogno che sono riuscita a realizzare è quello di fare l’insegnante, poi quando ho incontrato la mia anima gemella, Mario Levi, il 12 novembre 1926 abbiamo dato luce il più bel bambino di sempre: Giorgio.
Ricordo che un sabato, per precisione il 16 ottobre 1943, ero a casa con la mia famiglia, quando dei soldati non italiani, fecero irruzione in casa nostra, a Roma, in via Flaminia 21. Pensai subito alle guardie tedesche di cui si sentiva tanto parlare negli ultimi giorni, ma anche se fosse ovvio, sperai con tutto il mio cuore che non fosse così.
Il mio istinto materno mi disse di proteggere Giorgio a tutti i costi anche se ormai aveva 17 anni ed era molto più alto e robusto di me, ma fu tutto inutile.
Presero me, mio figlio e mio marito di peso, in modo brusco e violento, senza preoccuparsi di ferirci, e ci portarono o forse dovrei meglio dire lanciarono, in un camion completamente buio e stracolmo di altre persone diretti al collegio militare di Roma.
Restammo lì due giorni interi e poi ci fecero partire in treno, il convoglio numero 2. All’inizio fui grata di partire da quel posto, credendo che avessero finalmente risolto i problemi con i tedeschi, cambiai idea solo quando arrivai ad Auschwitz.
Il viaggio fu orribile: eravamo ammassi di 80 persone nella stessa cabina, senza finestre, solo con una piccola fessura d’aria in cima alle pareti, senza posti per sedersi e solo con un secchio per i bisogni: l’unica cosa a cui potevo ancora aggrapparmi era la mia famiglia. 
Mi stringevo a mio figlio, cercavo di dargli tutto l’appoggio che potevo perché percepivo la sua angoscia, la sua preoccupazione, il suo terrore, il suo unico desiderio di tornare a casa e lo comprendevo, perché era la stessa cosa che percepivo io, mio marito e tutti le altre persone su questo treno diretto chissà dove.
Ci vollero cinque giorni di viaggio per arrivare ad Auschwitz, in Polonia, il 23 ottobre 1943.
Sofia Ramoni
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