Book Creator

Cesare Beccaria

by Fortunata Garruzzo

Cover

Comic Panel 1
Loading...
Cesare Beccaria
e
le Basi del diritto Italiano
Loading...
By Fortunata Garruzzo
1
Cesare Beccaria
La vita
Cesare Beccaria nacque a Milano il 15 marzo 1738. Laureato in legge e figlio primogenito di un patrizio, possedeva le due condizioni necessarie per accedere alle più alte cariche e magistrature dello Stato. Il suo destino sociale e intellettuale subì però un’improvvisa inversione di rotta in seguito all’incontro, avvenuto alla fine del 1760, con la giovane Teresa Blasco, figlia di un ufficiale siciliano. Beccaria decise di sposarsi contro il divieto del padre, che vedeva nella temuta mésalliance la fine repentina dell’ascesa familiare. E a causa della disobbedienza fu cacciato di casa. I due sposi, forse ispirati dalla Julie di Jean-Jacques Rousseau, che fu pubblicata proprio nel 1761 e la cui vicenda poteva sembrare analoga alla loro, diedero il nome di Giulia alla prima figlia: la futura madre di Alessandro Manzoni nacque così nel 1762, da un matrimonio che non s’aveva da fare. Il dissidio familiare scoppiato in casa Beccaria era espressione di un conflitto generazionale più ampio, che a sua volta affondava le radici in una grave crisi politica e culturale. Cesare strinse amicizia con altri giovani aristocratici in conflitto con i propri padri e impegnati persino a sostenere la politica accentratrice di Vienna, in radicale contrasto con l’ideologia della nobiltà milanese. Tra questi enfants terribles della nobiltà cittadina spiccava la figura carismatica di Pietro Verri, su invito del quale Beccaria scrisse Del disordine e de’ rimedi delle monete nello Stato di Milano nell’anno 1762.
1
Cesare Beccaria nacque a Milano il 15 marzo 1738. Laureato in legge e figlio primogenito di un patrizio, possedeva le due condizioni necessarie per accedere alle più alte cariche e magistrature dello Stato. Il suo destino sociale e intellettuale subì però un’improvvisa inversione di rotta in seguito all’incontro, avvenuto alla fine del 1760, con la giovane Teresa Blasco, figlia di un ufficiale siciliano. Beccaria decise di sposarsi contro il divieto del padre, che vedeva nella temuta mésalliance la fine repentina dell’ascesa familiare. E a causa della disobbedienza fu cacciato di casa. I due sposi, forse ispirati dalla Julie di Jean-Jacques Rousseau, che fu pubblicata proprio nel 1761 e la cui vicenda poteva sembrare analoga alla loro, diedero il nome di Giulia alla prima figlia: la futura madre di Alessandro Manzoni nacque così nel 1762, da un matrimonio che non s’aveva da fare. Il dissidio familiare scoppiato in casa Beccaria era espressione di un conflitto generazionale più ampio, che a sua volta affondava le radici in una grave crisi politica e culturale. Cesare strinse amicizia con altri giovani aristocratici in conflitto con i propri padri e impegnati persino a sostenere la politica accentratrice di Vienna, in radicale contrasto con l’ideologia della nobiltà milanese. Tra questi enfants terribles della nobiltà cittadina spiccava la figura carismatica di Pietro Verri, su invito del quale Beccaria scrisse Del disordine e de’ rimedi delle monete nello Stato di Milano nell’anno 1762.
Comic Panel 1
CONTRATTO E COMPROMESSO

Lo scopo dichiarato di Beccaria, nello scrivere Dei delitti e delle pene, era quello di denunciare la crudele severità della giustizia criminale del tempo – anche se un suo intento meno vistoso, ma senz’altro importante, era di sottolineare come, proprio per colpa di questa severità eccessiva, molti delitti restassero impuniti (cfr. Foucault 1975). Tanto per ragioni di umanità quanto per motivi razionali di giustizia e di efficienza, sostiene Beccaria, occorre punire meno azioni, e con meno violenza.
Per giungere a questo risultato, l’argomentazione prende il via dal concetto di contratto sociale. Diversi, rivali, uguali e liberi sono per natura gli esseri umani, a cui non si possono dunque imporre norme e limiti che non siano voluti da loro stessi. Solo il consenso – non certo quello empirico, ma quello idealmente ricostruito dalla ragione – può rendere legittimo il potere. Ma quella di Beccaria è una versione antigiusnaturalistica del patto: gli uomini, accecati dalle passioni, sono ritenuti incapaci di prendere le distanze dall’interesse privato e immediato. Non si può quindi supporre che abbiano acconsentito ai valori dell’interesse comune gratuitamente, per puro scrupolo morale, ma si deve assumere che il consenso civile sia stato opera delle stesse passioni: il patto scaturì dalla violenza di una vera e propria guerra che, se forse non mise a repentaglio la sopravvivenza stessa della specie, stancò talmente gli uomini da farli rinunciare alla libertà originaria. Le leggi sono l’espressione razionale di quella stanchezza, della voce primitiva della passione stanca.
Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile (Dei delitti e delle pene, a cura di G. Francioni, 2009, § II, p. 148).
CONTRATTO E COMPROMESSO

Lo scopo dichiarato di Beccaria, nello scrivere Dei delitti e delle pene, era quello di denunciare la crudele severità della giustizia criminale del tempo – anche se un suo intento meno vistoso, ma senz’altro importante, era di sottolineare come, proprio per colpa di questa severità eccessiva, molti delitti restassero impuniti (cfr. Foucault 1975). Tanto per ragioni di umanità quanto per motivi razionali di giustizia e di efficienza, sostiene Beccaria, occorre punire meno azioni, e con meno violenza.
Per giungere a questo risultato, l’argomentazione prende il via dal concetto di contratto sociale. Diversi, rivali, uguali e liberi sono per natura gli esseri umani, a cui non si possono dunque imporre norme e limiti che non siano voluti da loro stessi. Solo il consenso – non certo quello empirico, ma quello idealmente ricostruito dalla ragione – può rendere legittimo il potere. Ma quella di Beccaria è una versione antigiusnaturalistica del patto: gli uomini, accecati dalle passioni, sono ritenuti incapaci di prendere le distanze dall’interesse privato e immediato. Non si può quindi supporre che abbiano acconsentito ai valori dell’interesse comune gratuitamente, per puro scrupolo morale, ma si deve assumere che il consenso civile sia stato opera delle stesse passioni: il patto scaturì dalla violenza di una vera e propria guerra che, se forse non mise a repentaglio la sopravvivenza stessa della specie, stancò talmente gli uomini da farli rinunciare alla libertà originaria. Le leggi sono l’espressione razionale di quella stanchezza, della voce primitiva della passione stanca.
Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile (Dei delitti e delle pene, a cura di G. Francioni, 2009, § II, p. 148).
PASSIONI E LIBERTÀ

Il compito delle leggi resta quello di moderare le passioni. Un assunto contro cui si potrebbe portare l’esempio delle repubbliche antiche, che generavano la passione del bene pubblico nel cuore dei cittadini. Ma questa via ci è ormai preclusa: nel mondo moderno, solo le tirannidi governano con passioni forti, spaventando continuamente i sudditi e traendoli in inganno sui loro interessi. I moderni regimi moderati devono invece adempiere alla propria missione storica, che consiste nell’incivilimento, nell’addolcimento dei costumi. Sono le leggi moderate, con la loro stessa costanza, a impedire preventivamente l’accendersi, l’eccitarsi delle umane passioni. Ed è fuorviante pensare che si possa raggiungere tale scopo attraverso la repressione e il soffocamento. Sin dagli inizi dell’età moderna, un’ampia corrente di pensiero ha dimostrato come ogni attacco frontale alle passioni sia destinato non solo a fallire, ma a produrre un effetto opposto di esasperazione, inasprendo ciò che si voleva placare. A regnare negli animi umani non è la ragione ma l’opinione, «che ubbidisce alle lente ed indirette impressioni del legislatore, che resiste alle dirette e violente» (Dei delitti e delle pene, cit., § XXXII, p. 256).
PrevNext