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Cesare Beccaria

by Fortunata Garruzzo

Pages 4 and 5 of 13

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CONTRATTO E COMPROMESSO

Lo scopo dichiarato di Beccaria, nello scrivere Dei delitti e delle pene, era quello di denunciare la crudele severità della giustizia criminale del tempo – anche se un suo intento meno vistoso, ma senz’altro importante, era di sottolineare come, proprio per colpa di questa severità eccessiva, molti delitti restassero impuniti (cfr. Foucault 1975). Tanto per ragioni di umanità quanto per motivi razionali di giustizia e di efficienza, sostiene Beccaria, occorre punire meno azioni, e con meno violenza.
Per giungere a questo risultato, l’argomentazione prende il via dal concetto di contratto sociale. Diversi, rivali, uguali e liberi sono per natura gli esseri umani, a cui non si possono dunque imporre norme e limiti che non siano voluti da loro stessi. Solo il consenso – non certo quello empirico, ma quello idealmente ricostruito dalla ragione – può rendere legittimo il potere. Ma quella di Beccaria è una versione antigiusnaturalistica del patto: gli uomini, accecati dalle passioni, sono ritenuti incapaci di prendere le distanze dall’interesse privato e immediato. Non si può quindi supporre che abbiano acconsentito ai valori dell’interesse comune gratuitamente, per puro scrupolo morale, ma si deve assumere che il consenso civile sia stato opera delle stesse passioni: il patto scaturì dalla violenza di una vera e propria guerra che, se forse non mise a repentaglio la sopravvivenza stessa della specie, stancò talmente gli uomini da farli rinunciare alla libertà originaria. Le leggi sono l’espressione razionale di quella stanchezza, della voce primitiva della passione stanca.
Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile (Dei delitti e delle pene, a cura di G. Francioni, 2009, § II, p. 148).
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CONTRATTO E COMPROMESSO

Lo scopo dichiarato di Beccaria, nello scrivere Dei delitti e delle pene, era quello di denunciare la crudele severità della giustizia criminale del tempo – anche se un suo intento meno vistoso, ma senz’altro importante, era di sottolineare come, proprio per colpa di questa severità eccessiva, molti delitti restassero impuniti (cfr. Foucault 1975). Tanto per ragioni di umanità quanto per motivi razionali di giustizia e di efficienza, sostiene Beccaria, occorre punire meno azioni, e con meno violenza.
Per giungere a questo risultato, l’argomentazione prende il via dal concetto di contratto sociale. Diversi, rivali, uguali e liberi sono per natura gli esseri umani, a cui non si possono dunque imporre norme e limiti che non siano voluti da loro stessi. Solo il consenso – non certo quello empirico, ma quello idealmente ricostruito dalla ragione – può rendere legittimo il potere. Ma quella di Beccaria è una versione antigiusnaturalistica del patto: gli uomini, accecati dalle passioni, sono ritenuti incapaci di prendere le distanze dall’interesse privato e immediato. Non si può quindi supporre che abbiano acconsentito ai valori dell’interesse comune gratuitamente, per puro scrupolo morale, ma si deve assumere che il consenso civile sia stato opera delle stesse passioni: il patto scaturì dalla violenza di una vera e propria guerra che, se forse non mise a repentaglio la sopravvivenza stessa della specie, stancò talmente gli uomini da farli rinunciare alla libertà originaria. Le leggi sono l’espressione razionale di quella stanchezza, della voce primitiva della passione stanca.
Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà: egli è adunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzion possibile (Dei delitti e delle pene, a cura di G. Francioni, 2009, § II, p. 148).

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