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I Promessi Sposi ai tempi del Covid

by STEFANIA MIGLIACCIO

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I Promessi Sposi
ai tempi del COVID
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By Stefania Migliaccio
La Peste a Milano
Era in quel giorno morta di peste, tra gli altri,
un'intera famiglia. Nell'ora del maggior concorso,
in mezzo alle carrozze, i cadaveri di quella famiglia furono, d'ordine della Sanità, condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinché la folla
potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza. 
Un grido di ribrezzo, di terrore,
s'alzava per tutto dove passava il carro;
un lungo mormorìo regnava dove era passato;
un altro mormorìo lo precorreva. La peste fu più creduta: ma del resto andava acquistandosi fede da sé, ogni giorno di più; e quella riunione medesima non dové servir poco a propagarla...
Introduzione
Il proposito di Manzoni è quello di narrare la storia della peste a Milano. L'epidemia si diffonde nei luoghi del passaggio dei Lanzichenecchi. Negligenza e incuria delle pubbliche autorità nel cercare di arginare il contagio. La peste entra a Milano e si diffonde lentamente in città. La popolazione non crede alle cause dell'epidemia e accusa i medici, tra cui Lodovico Settala. Il contagio si diffonde e le autorità faticano ad affrontare la situazione. Il lazzaretto viene affidato ai padri cappuccini, che si prodigano per i malati. Iniziano a circolare a Milano le prime dicerie sugli untori. Il Tribunale di Sanità mostra al popolo un carro con i cadaveri di un'intera famiglia morta di peste
L'epidemia
L'epidemia crebbe lentamente e ci furono casi sporadici di peste in città tra la fine del 1629 e i primi mesi del 1630, senza che questo allarmasse più di tanto le autorità milanesi o impedisse i festeggiamenti per il carnevale, mentre il popolo continuava a ignorare la realtà attribuendo i decessi a febbri malariche o altre malattie dai nomi meno spaventosi. Per ordine del Tribunale venivano costretti alla quarantena nel lazzaretto tutti i malati o le persone sospette, il che spingeva molti a nascondere i casi di peste e i decessi (e la cosa contribuì al propagarsi dell'epidemia).
Dal mese di marzo del 1630 la peste iniziò a mietere vittime in ogni angolo di Milano, rendendo di drammatica evidenza ciò che, fino a poco tempo prima, era stato negato o travisato con un linguaggio ambiguo: i malati si affollavano in numero sempre crescente al lazzaretto.
La caccia agli untori
Divenuto impossibile negare l’evidenza, la responsabilità del contagio viene attribuita agli untori, accusati di cospargere muri e porte con pozioni che potevano diffondere il contagio. La paura per il contagio che mieteva vittime sempre più numerose in città fece nascere nella moltitudine nuovi pregiudizi e iniziò così a diffondersi l'assurda credenza che alcuni uomini spargessero appositamente unguenti venefici per propagare la peste, personaggi immaginari noti col nome famigerato di untori: tale diceria non era alimentata solo dalla superstizione e dall'ignoranza popolare, ma trovava conferma anche nelle teorie di molti "dotti" del tempo e si rifaceva a fatti simili che, si narrava, erano avvenuti in altri paesi d'Europa in occasione di analoghe pestilenze. Fatto sta che tra gli abitanti di Milano si diffuse una vera psicosi e si iniziarono a cercare e a vedere untori dappertutto, mentre montava verso questi fantomatici personaggi una furia cieca e bestiale, ben descritta dallo stesso Manzoni nel suo romanzo. Manie, insomma, da 1600, conseguenze di disinformazione, ignoranza e superstizione!
L'apice e la fine dell'epidemia
L’epidemia toccò il suo apice tra agosto e settembre 1630, momento in cui a Milano iniziarono a scarseggiare i viveri, poi nell'autunno e nel successivo inverno la virulenza del morbo iniziò a scemare (anche grazie alle condizioni climatiche più rigide), per cui all'inizio del 1631 l'epidemia poteva dirsi conclusa a dispetto di casi isolati di contagio e di morte. La peste aveva ovviamente spopolato Milano e aveva fatto migliaia di vittime anche nei territori circostanti, per quanto i documenti dell'epoca rendano molto difficile fare delle stime precise dei morti: alcuni ipotizzano nella sola città di Milano circa 165.000 vittime, non considerando le altre città e le realtà rurali.
Manzoni nel suo romanzo presenta la peste come una terribile prova inviata da Dio agli uomini in base ai suoi disegni imperscrutabili, per cui è vano cercare una logica nell'azione di un morbo che ha colpito egualmente colpevoli e innocenti, personaggi malvagi e buoni.
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